2025 – 8^ EDIZIONE

Decimo incontro della rassegna Parole di carta 8^ edizione.
Francesca Meneghetti presenta “Processo all’Italia!”, 1962 dalla Somalia a Treviso
con Chiara Polita
10 dicembre alle ore 20.30, Mogliano Veneto – via A. De Gasperi, 1 sala centro pastorale.

“Processo all’Italia!”, 1962 dalla Somalia a Treviso – Una microstoria
Questa storia nasce per caso; durante una ricerca, tra vari documenti e ritagli di giornale viene trovato un articolo del Gazzettino del 1962 che riporta la notizia, nel tempo dimenticata, del processo a uno studente universitario somalo per vilipendio alla nazione.
Da qui parte la microstoria di Francesca Meneghetti, una storia che affronta anche temi come il colonialismo italiano in Africa orientale e la rinascita dell’Italia negli anni ’50 e ’60.
I protagonisti sono Mohamed Aden Scheikh, studente di medicina a Roma (diventerà poi ministro in Somalia) che in quel periodo teneva in Italia conferenze sui problemi dell’Africa, il suo amico Sambar Ababakar e, lo scrittore, giornalista Ignazio Silone.
Il libro racconta la vicenda giudiziaria, dopo la conferenza sui problemi dell’Africa, a cui avevano partecipato all’Hotel Terme di Vittorio Veneto 7 aprile del 1961, su incarico di Ignazio Silone, per la quale i due amici vennero accusati di aver tenuto un intervento offensivo nei confronti dell’Italia; ma solo Mohamed Aden Scheikh andrà a processo.

FRANCESCA MENEGHETTI
Si laurea in Filosofia all’Università Ca’ Foscari di Venezia e poi consegue il dottorato di ricerca in storia della società europea. E’ stata insegnante nelle scuole superiori.
Ha pubblicato diversi libri e saggi storici prevalentemente di storia su Treviso e provincia (emigrazione transoceanica nel trevigiano, universo concentrazionario).
Fa parte del Comitato scientifico di ISTRESCO

CHIARA POLITA
San Donà di Piave, 1974
Laureata in Conservazione dei beni culturali, ha operato per molti anni in ambito museale, e attualmente svolge la propria attività professionale in campo culturale, tra divulgazione, didattica, ricerca e organizzazione di eventi.
Nel 2005 ha pubblicato con Marsilio il libro Di Fulmini e tempesta.

Nono incontro della rassegna Parole di carta 8^ edizione.
Rosanna Turone presenta Santa con Diego Bottacin
13 novembre alle ore 20.30, Mogliano Veneto – via A. De Gasperi, 1 sala centro pastorale.

Santa, NNE, 2024
Fin da bambina, Santa ha solo un sogno: essere amata senza condizioni. Ma i suoi genitori, che avrebbero voluto un maschio, le hanno sempre preferito la capricciosa sorella Beatamaria. Santa cresce insofferente per questo amore a metà, e quando ritrova Gianni, un ex compagno di scuola, coglie l’occasione di lasciare il paesino calabrese dove vive per seguirlo in Piemonte. Santa tocca il culmine della felicità quando diventa madre di Tommaso, mentre Gianni si rivela sempre più irascibile e violento; contro tutti i precetti della famiglia, Santa lo lascia. Finalmente libera, lavora come modella di abiti da sposa e inizia una relazione con Mauro, un uomo sposato per cui prova un’intensa passione. Ma quando scopre di aspettare un figlio, Santa si ritrova da sola di fronte a una scelta estrema, che la porta a sfidare tutte le sue più profonde convinzioni. Scritto in uno stile vertiginoso, con tratti di lucida ironia e ricco di personaggi memorabili, Santa è il romanzo di una donna che splende di luci e di ombre, che rompe ogni regola per rivendicare al tempo stesso la voglia di essere amata e di emanciparsi. Nel suo esordio, Rosanna Turone trasforma la fragilità in un’arma pericolosa, con cui travolgere limiti e compromessi, in una corsa a perdifiato verso la libertà. Questo libro è per chi impugna una spada giocattolo per difendersi dai brutti sogni, per chi balla sulle note di La bambola di Patty Pravo in accappatoio e turbante, per chi vuole uno specchio dove vedersi per intero, e per chi ha capito che l’amore non è quello che ti accontenta, ma quello più grande di qualsiasi numero, impossibile da misurare.

ROSANNA TURONE
Gioia Tauro, 1981
Diplomata in pianoforte e clavicembalo, è musicista e insegnante.
Nel 2021 ha frequentato il corso “Trovare la sedia – scrivere un romanzo in un anno” a cura di Paolo Nori presso la Scuola Karenin di Bologna.
Vive a Biella dove è docente di pianoforte.
Santa è il suo romanzo d’esordio, selezionato nella cinquina finalista della XXXII edizione del Premio Giuseppe Berto 2025

DIEGO BOTTACIN
Noale, 1959
Docente di lettere nella scuola secondaria di primo grado, ora dirigente scolastico.
Autore di Nella Pancia del Leone, Marsilio, 2014. È tra i soci fondatori dell’Associazione Giuseppe Berto, attualmente riveste la carica di presidente.

Ottavo incontro della rassegna Parole di carta 8^ edizione.
Sabrina Zuccato presenta La levatrice di Nagirév con Claudio Panzavolta
15 ottobre alle ore 20.30, Mogliano Veneto – via A. De Gasperi, 1 sala centro pastorale.

La levatrice di Nagyrév, Marsilio, 2025
Zsigmond Danielovitz, incaricato di indagare sul cadavere di un’anziana contadina, è un uomo indebolito dalla guerra, ma vigile. E così ci mette poco a scorgere, dietro gli occhi degli abitanti di Nagyrév, qualcosa di sinistro. Nagyrév è un piccolo villaggio sperduto nella pianura ungherese, l’anno è il 1929 e il benessere, in quella ristretta comunità rurale, non arriva. Zsigmond Danielovitz si rende presto conto che la morte della donna sulle sponde del fiume Tibisco non è che l’anello di una lunga catena di scomparse e incidenti che da tempo coinvolgono il piccolo villaggio. La levatrice di Nagyrév racconta un fatto di cronaca realmente avvenuto tra le due guerre mondiali, un episodio che sconvolse l’Europa non solo per l’efferatezza dei crimini, ma anche per un inedito capovolgimento dei ruoli: le donne uccidono gli uomini, si vendicano. Superstizione, violenze, miseria e soprusi sono i protagonisti delle vite che si incrociano in questo affresco rurale, dove a fare le spese di appetiti e frustrazioni sono sempre le donne. Le regole patriarcali della comunità magiara e le meschinità dell’animo umano creano situazioni insostenibili e sofferenze ingiustificabili per mogli e figlie, anziane e ragazze. Personaggio chiave, intorno al quale girano le storie di Nagyrév, è la misteriosa Zsuzsanna, levatrice dal passato fumoso, spesso etichettata come «strega» dai suoi concittadini, temuta e, ogni tanto, rispettata, una figura carismatica, rarissimo esempio di donna emancipata, cui molte «sorelle» chiedono aiuto per risolvere i guai che hanno dentro casa: gravate da inganni, stupri e sottomissioni, le vittime hanno deciso di alzare la testa. Gli avvenimenti che ebbero luogo a Nagyrév, mostrando gli orrori di cui è capace la vita domestica e le forme di resistenza alle sopraffazioni di genere, possono essere una finestra utile, e dolorosa, per capire il presente.

SABRINA ZUCCATO
Padova, 1992
Vive a Mestre.
Laureata in Conservazione e gestione dei beni e delle attività culturali e in Scienze dello spettacolo e produzione multimediale. E’ giornalista pubblicista e si occupa di cultura, attualità e critica cinematografica. Con esperienza pluriennale presso set cinematografici, svolge inoltre l’attività di videomaker e reporter
Nel 2020 ha pubblicato il romanzo Apolide, edito da Montag Edizioni e nel 2025 ha pubblicato per Marsilio il suo secondo libro La levatrice di Nagyrév, (vincitore del Premio Letterario Mandrarossa nella sezione Cartagho romanzo storico) che segue idealmente il reportage Le streghe di Nagyrév con il quale ha vinto il Premio Giornalistico Massimiliano Goattin nel 2023.

CLAUDIO PANZAVOLTA
Faenza, 1982.
Dopo essersi laureato in Storia all’Università di Bologna e aver vissuto tra Roma e Milano, si è stabilito a Venezia, dove lavora come editor della narrativa italiana per la casa editrice Marsilio. Tiene corsi per la Scuola Holden e ha pubblicato i romanzi L’ultima estate al Bagno Delfino, Isbn, 2014 e Al passato si torna da lontano, Rizzoli, 2020.

Settimo incontro della rassegna Parole di carta 8^ edizione
Una serata speciale
Con gli amici di Officina 31021 abbiamo curato questo appuntamento di parole e immagini.
Ginevra Lamberti ci accompagna tra le colline di Conegliano e Valdobbiadene, Giovanni Montanaro apre il suo sguardo sulla Laguna di Venezia e Antonio G. Bortoluzzi e ci guida in un cammino verso le Dolomiti.

mercoledì 1 ottobre ore 20.30
Mogliano Veneto – via A. De Gasperi, 1
sala centro pastorale
a cura di quarantaduelinee circolazione culturale aps e Officina 31021

modera Giorgio Pradella
letture Stefania Baradel


Ginevra Lamberti e Filippo Romano Un paesaggio tutelato. Le Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene, Marsilio Arte, 2024
Le parole di Ginevra Lamberti e le fotografie di Filippo Romano accompagnano lo sguardo lungo i crinali di un paesaggio eccezionale, quello delle Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene che racchiude saperi artigiani, tradizioni vinicole e vari aspetti della natura.

GINEVRA LAMBERTI
1985
Laureata in Lingue e Culture Euroasiatiche e del Mediterraneo
Vive tra Roma e Vittorio Veneto.
Dopo La questione più che altro, suo primo romanzo uscito nel 2015 per Nottetempo, con Marsilio ha pubblicato Perché comincio dalla fine (2019, premio Mondello 2020) e Tutti dormono nella valle (2022). I suoi romanzi sono stati tradotti in Germania, Cina, Francia, Regno Unito e Brasile. Nel 2024 per Marsilio è uscito Il pozzo vale più del tempo e per Marsilio Arte Un paesaggio tutelato Le colline del prosecco di Conegliano e Valdobbiadene con fotografie di Filippo Romano. È editorialista del quotidiano Domani.


Giovanni Montanaro e Fulvio Orsenigo, Venezia e la sua laguna. Un paesaggio tutelato, Marsilio Arte, 2024
Le parole di Giovanni Montanaro e le fotografie di Fulvio Orsenigo svelano un paesaggio unico e singolare, che comprende architetture, saperi artigiani, tradizioni e luoghi naturali unici.

GIOVANNI MONTANARO
Venezia, 1983
E’ scrittore e avvocato.
Ha pubblicato con Marsilio i romanzi La croce Honninfjord (2007), Le conseguenze (2009) e con Feltrinelli Tutti i colori del mondo (2012, Premio Selezione Campiello), Tommaso sa le stelle (2014), Guardami negli occhi (2017), Le ultime lezioni (2019), Il libraio di Venezia ( 2020) e Come una sirena (2023). Ha scritto i romanzi La croce Honninfjord (Marsilio, 2007), Le conseguenze (Marsilio, 2009), Tutti i colori del mondo (Feltrinelli, 2012, Premio Selezione Campiello), Tommaso sa le stelle (Feltrinelli, 2014), Guardami negli occhi (Feltrinelli, 2017), Le ultime lezioni (2019) e Il libraio di Venezia (2020).


Antonio G. Bortoluzzi e Manuel Cicchetti, Dolomiti. Un paesaggio tutelato, Marsilio Arte, 2025
Le Dolomiti sono un luogo naturale unico non solo da ammirare, ma anche un patrimonio da custodire e rispettare. Le parole di Antonio G. Bortoluzzi e le fotografie di Manuel Cicchetti restituiscono un territorio che apre uno sguardo nuovo sul paesaggio montano con un richiamo a un luogo di vita, di memoria e che trasmette un senso di meraviglia.

ANTONIO G. BORTOLUZZI
Alpago, 1965
Con Biblioteca dell’Immagine ha pubblicato nel 2010 Cronache dalla valle; nel 2013 Vita e morte della montagna, vincitore del premio Dolomiti Awards Miglior libro sulla montagna del Belluno Film Festival; nel 2015, Paesi alti, con cui ha vinto il Premio Gambrinus-Giuseppe Mazzotti nella sezione Montagna, cultura e civiltà ed è stato finalista al Premio della Montagna Cortina d’Ampezzo e al premio letterario del CAI Leggimontagna. I tre romanzi sono raccolti nell’antologia dal titolo Montagna madre, trilogia del Novecento (2022).
Nel 2019 per Marsilio ha pubblicato Come si fanno le cose, da cui è tratta l’omonima commedia teatrale; nel 2023 è uscito Il saldatore del Vajont con cui ha vinto il Premio Coop Alleanza 3.0 della Giuria dei lettori del Premio Latisana per il Nordest 2024. È stato finalista del Premio Italo Calvino nel 2008 e 2010. E’ membro accademico del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna (GISM).

Sesto incontro della rassegna Parole di carta 8^ edizione.
Silvia Salvagnini presenta Erbario femminile con Nicolò De Giosa
11 giugno alle ore 20.30, Chiostro Monastero Benedettino.

Erbario femminile, Sartoria Utopia, 2025
Erbario femminile di Silvia Salvagnini è un testo dirompente e sfaccettato che può essere letto con molti sguardi diversi, come un diamante di cui si possono sempre scoprire nuovi riflessi.
Il libro è per prima cosa una raccolta di poesie su piante e fiori dei quali la scrittura di Silvia restituisce tutta l’indisturbata sensualità e una dolcezza contemplativa che rimanda a versi non così consueti nel panorama italiano e attuale… e sembra infatti di sentire l’eco profumato di scritture lontane: Nazim Hikmet, Rabindranath Tagore.
Erbario femminile è inoltre modellato sugli antichi testi di fitoterapia, e la poeta racconta, partendo dagli appunti del nonno medico e raccoglitore di erbe selvatiche, le proprietà e gli usi di ogni pianta recuperando l’arcaica funzione didascalica della poesia. Come una novella Esiodo Salvagnini dispensa consigli e istruzioni su come usare ogni pianta rendendo la poesia rimedio non solo per l’anima, ma anche per il corpo. Infine il sottotitolo della raccolta: Grimorio di piante e poesie curative suggerisce che una terza via di leggere il libro è sicuramente quella esoterica, lasciamoci incantare dai ritmi ancestrali e fatati delle formule magiche di Salvagnini, poeta viva e nascosta e con un senso del ritmo così scaltro da sembrare quasi una cosa da niente

SILVIA SALVAGNINI
Venezia, 1982.
Vive in un pezzo salvato dell’antica casa di cura del nonno. Scrive in versi, realizza lavori, libri e concerti fatti di parole, musica, immagini e cuciture. Ha esordito nel 2006 con le raccolte Silenzio cileno e I baci ai muri.
Nel 2009, con l’opera laelefantevolante, ha vinto il premio per la poesia contemporanea Antonio Delfini, a cura di Nanni Balestrini.
Ha pubblicato gli albi di poesia illustrata L’orlo del vestito (Sartoria Utopia), Il giardiniere gentile (Verbavolant), Cappuccetto rosso (Sartoria Utopia).
Nel 2018 ha pubblicato per Bompiani la raccolta Il seme dell’abbraccio. Poesie per una rinascita. Nel 2021 con Roberta Durante il carteggio Possiamo ancora dirci poesie (Ronzani).

Quinto incontro della rassegna Parole di carta 8^ edizione.
Chiara Polita presenta Di fulmini e tempesta e Claudio Panzavolta presenta Lascia stare i morti il 28 maggio alle ore 20.30, nel Chiostro Monastero Benedettino.
Dialoga con gli autori Antonio G. Bortoluzzi.

Di Fulmini e tempesta, Marsilio, 2025
Autunno 1943, Veneto orientale. Maria, quarantotto anni, lavora come operaia nello iutificio di San Donà di Piave. È una donna pragmatica, di poche parole, una figlia di quell’Italia rurale fatta di proverbi, vita pratica e rassegnazione. Grazie a una collega più giovane, entra in contatto con i partigiani del Basso Piave e, dando una scossa alla propria vita, decide di unirsi alla brigata Eraclea, guidata dal comandante Attilio Rizzo. A poco a poco, la sua vita prende a scorrere su due vie parallele – quella dell’apparenza e quella della segretezza – finché, nel gennaio del 1944, le viene affidato Giacomo, un bambino ebreo sfuggito alla deportazione: dovrà nasconderlo e proteggerlo. Alla donna, però, spetta anche un altro compito: custodire una mappa sulla quale un partigiano, prima di morire, ha annotato frasi enigmatiche, con due nomi da svelare. Una minaccia, o persone da salvare? Nel frattempo, sulle tracce del gruppo condotto da Rizzo, da Venezia arrivano Bufera e Vito, due giovani fascisti che – affiancati da Zanlevio, violento esponente delle Brigate nere – danno avvio a una caccia serrata che costringerà Maria a imbracciare le armi per guardare in faccia non solo il futuro della sua gente, ma anche il proprio passato. Tra avventurose missioni condotte nelle terre di bonifica, arresti, rappresaglie, misteri da sbrogliare e perdite dolorose, ad accompagnare la protagonista di questo romanzo è l’acqua della Piave, con le sue sfumature di vita e di morte: mese dopo mese, anno dopo anno, Maria, proprio come il fiume, non si lascia imporre argini, facendo della libertà, del coraggio di rialzarsi e della capacità di amare la spinta che è la sola in grado di tenerla in vita.
Con uno stile carico di suggestione e della pietas che accomuna le migliori opere del Neorealismo italiano, Chiara Polita racconta la Resistenza attraverso le scelte e il corpo di una partigiana che, trovando la forza di reagire, esce dall’anonimato e, in prima linea al fianco degli uomini, conquista la propria emancipazione

Lascia stare i morti. Un’indagine di Ciparisso Briganti, Ponte alle Grazie, 2025
Un detective hard-boiled, un segreto sepolto, un’indagine che brucia fino all’ultima pagina.
Faenza, 1980. Ciparisso Briganti, partigiano da giovanissimo, ex poliziotto, oggi è un investigatore privato che si divide tra pedinamenti e raccolte di prove, la passione per il gioco delle bocce, il jazz e una famiglia sgangherata. Una mattina di settembre, una donna gli recapita un biglietto, e con un pugno di parole il passato torna a bussare alla sua porta: il fornaio Federico Ronconi, reo confesso condannato all’ergastolo per il brutale omicidio di quattro bambini, è morto, ma prima di andarsene ci ha tenuto a fargli sapere che in realtà con quelle uccisioni lui non c’entrava nulla. L’inaspettata dichiarazione d’innocenza lo spinge a riprendere in mano quell’indagine scomoda e bollente che quattro anni prima gli è costata la carriera, ma nel dare la caccia al vero assassino, scavando nel torbido di una città in cui colpe taciute e insabbiamenti si mescolano a recrudescenze fasciste, dovrà guardarsi le spalle per non mettere in pericolo le persone che ama.
In una provincia stretta alla gola dalla coda degli anni di piombo, mentre gli anni Ottanta effondono false promesse di spensieratezza, investigando sulla morte dei bambini – e sulla misteriosa scomparsa della sorella dell’ultimo – Briganti si troverà a fare i conti con i peccati originali della prima repubblica, tra epurazioni mancate e strambe sedute spiritiche volte a evocare il fantasma di Mussolini, per scoprire che il male, spesso, si annida proprio in quella che dovrebbe essere la tana del suo avversario.

CHIARA POLITA
1974
vive e lavora a San Donà di Piave. Laureata in Conservazione dei beni culturali, ha operato per molti anni in ambito museale, e attualmente svolge la propria attività professionale in campo culturale, tra divulgazione, didattica, ricerca e organizzazione di eventi.

CLAUDIO PANZAVOLTA
Faenza, 1982.
Dopo essersi laureato in Storia all’Università di Bologna e aver vissuto tra Roma e Milano, si è stabilito a Venezia, dove lavora come editor della narrativa italiana per la casa editrice Marsilio. Tiene corsi per la Scuola Holden e ha pubblicato i romanzi L’ultima estate al Bagno Delfino Isbn, 2014 e Al passato si torna da lontano, Rizzoli, 2020.

Quarto incontro della rassegna Parole di carta 8^ edizione.
Ritanna Armeni presenta A Roma non ci sono le montagne il 21 maggio alle ore 20.30, nel Chiostro Monastero Benedettino.
Dialoga con l’autrice Francesca Pangallo.

A Roma non ci sono le montagne, Ponte alle Grazie, 2025
Il romanzo di via Rasella: lotta, amore e libertà
Uno spazzino gioviale che spinge il suo carretto. Una ragazza semplice ma elegante, con la borsa della spesa e un impermeabile sul braccio. Un giovane uomo, l’aria assorta, la cartella di pelle, forse un professore. Una Mercedes, scura e silenziosa come l’ufficiale tedesco seduto sul sedile posteriore. Una compagnia di soldati che marcia cantando. Perché nel 1944 le compagnie naziste cantano sempre quando attraversano Roma. In quei pochi metri, in quei secondi di trepidazione e attesa passa la Storia. E le storie dei singoli individui che formano i Gruppi di azione patriottica, fondati qualche mese prima contro l’occupante tedesco. Per lo più ragazzi borghesi, spesso universitari, che si tramutano in Banditen, capaci di sparare e di sparire, di colpire il nemico ogni giorno, senza dargli tregua. In quel breve – e infinito – pomeriggio di primavera, dove passato e presente si intrecciano, c’è chi si prepara e chi viene sorpreso, chi muore e chi sopravvive, chi scappa e chi ritorna. E c’è anche chi, sui corpi dei 33 tedeschi uccisi, firma la condanna a morte di 335 italiani.
Ritanna Armeni, con l’intelligenza di chi vuole comprendere, e ricordare, conduce i lettori in via Rasella e mette in scena uno degli episodi più emblematici della Resistenza romana.

RITANNA ARMENI
Brindisi
Giornalista e scrittrice. Ha lavorato a Rinascita, il manifesto, l’Unità, Liberazione. Capo ufficio stampa di Fausto Bertinotti; è stata per quattro anni conduttrice di Otto e mezzo insieme a Giuliano Ferrara.
Ha pubblicato Di questo amore non si deve sapere (2015), vincitore del Premio Comisso; Una donna può tutto (2018); Mara. Una donna del Novecento (2020), vincitore del Premio Minerva; Per strada è la felicità (2021); Il secondo piano (2023), vincitore del Premio Fiuggi per la narrativa storica; A Roma non ci sono le montagne; tutti usciti per Ponte alle Grazie.

FRANCESCA PANGALLO
Milano, 1989
Ha lavorato come assegnista e borsista di ricerca per il dipartimento di Studi Umanistici dell’Università Ca’ Foscari Venezia, dove ha anche conseguito il dottorato in Italianistica nel 2020. È docente a contratto di lingua italiana per la “School of International Education” sempre dell’Università Ca’ Foscari. Si occupa principalmente di letterature comparate, con particolare rilievo per le narrazioni relative alla Shoah e alla Seconda Guerra Mondiale di tipo letterario, cinematografico e digitale. Insieme ad Alessandro Cinquegrani e Federico Rigamonti è coautrice del volume Romance e Shoah. Pratiche di narrazione della tragedia indicibile, pubblicato ad aprile 2021. Scrive e traduce (dall’inglese) nel tempo libero.

Terzo incontro della rassegna Parole di carta 8^ edizione.
Antonio G. Bortoluzzi incontra, il 9 aprile alle ore 18.30, nell’aula magna del Liceo Giuseppe Berto, le classi prime e seconde del Liceo.

Il saldatore del Vajont, Marsilio, 2023
Sono sessanta gli anni che ci separano dal 9 ottobre 1963, la notte del disastro della diga del Vajont. Erano le 22.39 quando milioni di metri cubi di roccia e terra precipitarono in pochi istanti nell’acqua, e l’onda immensa si alzò nel cielo e annientò in pochi minuti migliaia di vite, paesi interi, storie e tradizioni secolari. Sessant’anni è anche la vita di un uomo al quale sono accadute tante cose: i giochi da ragazzino al torrente, le gite scolastiche, i libri d’avventura letti, e poi l’amore, i figli, gli amici, tutto questo dentro quarant’anni di fabbrica di cui molti vissuti nella zona industriale di Longarone, all’ombra della diga, uno scudo chiaro che però è una lapide, ancora piantata lì, in mezzo alle montagne.
Il saldatore del Vajont racconta questo tempo, attraverso l’esperienza di una visita guidata all’impianto idroelettrico – la centrale nella grotta di Soverzene, le gallerie, il corpo della diga, il coronamento, la frana del Monte Toc –, un viaggio che fa riemergere nel protagonista i ricordi della sua giovinezza contadina, memorie di famiglia e di paese, confidenze di colleghi che al Vajont hanno avuto vittime, accanto a immagini nitide e corporee della vita di cantiere e di capannone, dove la materia viene rimodellata: il calcestruzzo, la malta, la saldatura, e ancora attrezzi, ponteggi, tecniche, un fare concreto, faticoso e moderno, che ha soppiantato il lavoro millenario, massacrante, di uomini e donne sui prati ripidi, con le bestie, nelle valli alpine e sulle montagne. Scorrendo le pagine, man mano che i fili e i nodi della memoria vengono rinsaldati, si comprende che le costruzioni umane sono simboli tragici. Tutta la perizia, i calcoli, il metallo, la sabbia, i sacchi di cemento accatastati e trasportati verso i cantieri, le migliaia di ore di lavoro di operai e artigiani abili, tutto quell’entusiasmo di partecipare a un’impresa: tutto è finito in pochi minuti.
Il saldatore del Vajont ci accompagna al di qua e al di là di uno dei “prima e dopo” della storia d’Italia, narrando l’epica della costruzione, l’idea di un’Italia all’avanguardia nelle opere pubbliche e nella potenza industriale, e infine il disastro, le morti, la distruzione irrimediabile, e ciò che resta, oggi. Bortoluzzi, narratore cresciuto nella cultura contadina di montagna e che da tanti anni lavora nella zona industriale di Longarone, con questo romanzo ci racconta un disastro del Vajont che interroga, tanti anni dopo, non solo i responsabili, ma tutti noi.

ANTONIO G. BORTOLUZZI
Alpago, 1965
Con Biblioteca dell’Immagine ha pubblicato nel 2010 Cronache dalla valle; nel 2013 Vita e morte della montagna, vincitore del premio Dolomiti Awards Miglior libro sulla montagna del Belluno Film Festival; nel 2015, Paesi alti, con cui ha vinto il Premio Gambrinus-Giuseppe Mazzotti nella sezione Montagna, cultura e civiltà ed è stato finalista al Premio della Montagna Cortina d’Ampezzo e al premio letterario del CAI Leggimontagna. I tre romanzi sono raccolti nell’antologia dal titolo Montagna madre, trilogia del Novecento (2022).
Nel 2019 per Marsilio ha pubblicato Come si fanno le cose, da cui è tratta l’omonima commedia teatrale;nel 2023 è uscito Il saldatore del Vajont con cui ha vinto il Premio Coop Alleanza 3.0 della Giuria dei lettori del Premio Latisana per il Nordest 2024.
È stato finalista del Premio Italo Calvino nel 2008 e 2010.
E’ membro accademico del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna (GISM).

Secondo incontro della rassegna Parole di carta 8^ edizione.
Emanuela Canepa incontra, il 19 marzo alle ore 18.30, nell’aula magna del Liceo Giuseppe Berto, le classi III del Liceo.

Resta con me, sorella continua l’esplorazione e l’attenzione al mondo femminile, tema che Emanuela Canepa ha già indagato nei suoi romanzi e ci racconta di due donne, imprigionate in una realtà di sopraffazione e di umiliazione dove però non mancano momenti di comprensione e umanità, e dove messe alla prova dimostrano il proprio valore.
Una storia che analizza vari aspetti della natura umana come l’amicizia, l’amore, la paura, la difficoltà di farsi riconoscere come persone, la sfida continua verso se stesse.

Resta con me, sorella, Einaudi, 2023
Da quando suo padre è morto di febbre spagnola, Anita, orfana di madre dall’età di sette anni, vive con la matrigna e i suoi due figli. Uno lavora con lei nel giornale in cui il padre prestava servizio. Un giorno il fratellastro ruba dalla cassa e Anita decide di prendersi la colpa, perché il suo misero stipendio di donna non basterebbe a mantenere la famiglia, mentre quello del fratellastro sí. Rinchiusa nel carcere della Giudecca, incontra Noemi, una ragazza ombrosa da cui tutte si tengono alla larga – «ha il demonio dentro», dicono – e dalla quale persino le suore mettono Anita in guardia. Ma lei ne subisce il fascino e, malgrado Noemi non riveli mai il motivo per il quale è stata condannata, Anita si confida con lei. Le due stringono un patto: progettano di costruire un futuro insieme, una volta fuori. Sono convinte di poter trovare la propria strada nel mondo anche senza un marito. Ma oltre la soglia della prigione l’esistenza travolge e confonde come il brulichio incessante per le strade di Venezia, obbligando Anita a fare i conti con sé stessa e con il segreto inconfessabile che Noemi nasconde.

EMANUELA CANEPA
Roma, 1967
Vive a Padova.
Il suo esordio L’animale femmina (Einaudi 2018 e 2019), vincitore all’unanimità del Premio Calvino 2017 ha vinto anche il Premio Letterario Fondazione Megamark, il Premio Anima della Confindustria e il Premio per la Cultura Mediterranea – Fondazione Carical nella sezione Narrativa Giovani. Per Tetra è uscito Quel che resta delle case (2022).
Sempre per Einaudi ha pubblicato Insegnami la tempesta (2020) e Resta con me, sorella (2023) che vince il Premio Narrativa 2024 al “Latisana per il Nord-Est

Federica Manzon incontra, il 21 febbraio alle ore 20.30 nell’aula magna del Liceo Giuseppe Berto, le classi IV e V.
Nel romanzo Alma le storie attraversano Trieste, il Carso e la frontiera tra Italia e Balcani e si intrecceranno in un dialogo e in un confronto con gli studenti per suscitare riflessioni e per interrogarsi anche con il presente.
Lei non saprebbe dire dove sta la sua appartenenza, neanche la sua città lo sa: si è pensata sempre parte di una nazione che non era la sua, immaginava l’Austria, sognava il regno degli slavi, e perfino la nazione garibaldina, ma poi è rimasta estranea a tutto e soprattutto a se stessa

Alma, Feltrinelli, 2024_ vincitore del Premio Campiello 62^edizione, 2024
Tre giorni dura il ritorno a Trieste di Alma, che dalla città è fuggita per rifarsi una vita lontano, e ora è tornata per raccogliere l’imprevista eredità di suo padre. Un uomo senza radici che odiava il culto del passato e i suoi lasciti, un padre pieno di fascino ma sfuggente, che andava e veniva al di là del confine, senza che si potesse sapere che lavoro facesse là nell’isola, all’ombra del maresciallo Tito “occhi di vipera”.
A Trieste Alma ritrova una mappa dimenticata della sua vita. Ritrova la bella casa nel viale dei platani, dove ha trascorso l’infanzia grazie ai nonni materni, custodi della tradizione mitteleuropea, dei caffè colti e mondani, distante anni luce dal disordine chiassoso di casa sua, “dove le persone entravano e se ne andavano, e pareva che i vestiti non fossero mai stati tolti dalle valigie”. Ritrova la casa sul Carso, dove si sono trasferiti all’improvviso e dove è arrivato Vili, figlio di due intellettuali di Belgrado amici di suo padre. Vili che da un giorno all’altro è entrato nella sua vita cancellando definitivamente l’Austriaungheria. Adesso è proprio dalle mani di Vili, che è stato “un fratello, un amico, un antagonista”, che Alma deve ricevere l’eredità del padre. Ma Vili è l’ultima persona che vorrebbe rivedere.
I tre giorni culminanti con la Pasqua ortodossa diventano così lo spartiacque tra ciò che è stato e non potrà più tornare – l’infanzia, la libertà, la Jugoslavia del padre, l’aria seducente respirata all’ombra del confine – e quello che sarà.
Federica Manzon scrive un romanzo dove l’identità, la memoria e la Storia – personale, familiare, dei Paesi – si cercano e si sfuggono continuamente, facendo di Trieste un punto di vista da cui guardare i nostri difficili tentativi di capire chi siamo e dov’è la nostra casa.

FEDERICA MANZON
Pordenone, 1981
È direttrice editoriale di Guanda e direttrice della Scuola Holden di Torino; è stata editor della narrativa straniera per Mondadori e curatrice della collana di narrativa del Mediterraneo per Crocetti.
Ha pubblicato i romanzi Come si dice addio (2008) e Di fama e di sventura (premio Rapallo Carige per la Letteratura Femminile2011 e premio Selezione Campiello 2011). Nel 2015 ha curato il volume I mari di Trieste (Bompiani). Con Feltrinelli ha pubblicato La nostalgia degli altri (2017), con Aboca Il bosco del confine (2020) e con Feltrinelli Alma (2024), romanzo con cui ha vinto il Premio Campiello, il Premio Alassio e il Premio Stresa.

Pochi giorni ancora e poi
ci rivediamo con la rassegna Parole di carta, quest’anno 8^ edizione
La collaborazione con il progetto il Berto legge continua in un clima di piacevole condivisione.
Tre sono gli incontri con il Liceo Giuseppe Berto, incontri con romanzi diversi ma che sono spunto per riflessioni avvicinando le studentesse e gli studenti ai temi descritti che trasformando la lettura in un’esperienza condivisa offrono la possibilità di un confronto diretto con chi le storie le ha scritte.

Iniziamo il 21 febbraio con Federica Manzon vincitrice del premio Campiello 2024 e il suo libro Alma. Dialogano con l’autrice le studentesse e gli studenti delle classi IV e V.

Continuiamo:
19 marzo con Emanuela Canepa
9 aprile con Antonio G. Bortoluzzi

Il Comune di Mogliano Veneto sostiene e patrocina l’iniziativa.