
Ginevra Lamberti, Tutti dormono nella valle, Marsilio, 2022
Costanza ha diciotto anni ed è nata in una valle dove il sole sorge tardi e tramonta presto. Il padre, Tiziano, voleva un maschio. La madre, Augusta, voleva una bambola. Incapaci di comunicare, i loro corpi coesistono in una casa gialla circondata da boschi, vecchi riti contadini e nuovi riti industriali, superstizioni, voci di paese, anziane dette “streghe”. Ci sono i campi da lavorare, il cimitero per i morti e la chiesa per chi aspetta il regno del Signore. Il campanile batte le ore con tre minuti di ritardo sul resto del mondo, e Costanza cerca di coprire lo svantaggio scappando, smezzando acidi e dormendo su pavimenti. Macina chilometri lungo la statale in cerca di passaggi per l’altrove. Lo fa con Livia e con Mimì, con Fiorella e tutte le ragazze e i ragazzi come loro. Sono gli anni Settanta, e i loro vecchi non sono pronti a guardare in faccia questa nuova specie di animali. Quando Costanza incontra Claudio – che sa sistemare i denti anche se non è un dottore, inventa storie, nasconde tesori ed è fidanzato con l’eroina – comprende di aver trovato il suo altrove. Non importa se si chiama Roma o Bombay, se si trova in un vicolo di periferia o in una comunità in cima a una collina, così come non importa se ci si ammazza di botte, se i soldi finiscono e le mani invecchiano. Importa solo non tornare nella valle, che non lascia mai in pace e dopo quarant’anni rivuole ancora indietro le sue figlie ingrate. Claudio viene da una grande città piena di rovine e memorie antiche e, non potendo riavere indietro il padre, vuole solo andare via da se stesso. Vuole andare via anche se la madre accetta le sue stranezze, scambiandole per modernità. Così Claudio e Costanza, inconsapevoli del futuro ma impegnati nel presente, cominciano a vivere insieme, e la vita porta avventure, dolori, allegrie e la bambina che oggi racconta questa storia.
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Chiara Valerio, Così per sempre, Einaudi, 2022
L’uomo sulla terrazza è antico quasi come la città che sta guardando. Il suo gatto Zibetto, piú nero di tutti i gatti neri, come lui conosce troppe storie. L’uomo è il conte Dracula. Ama la scienza, la fragilità degli esseri umani, e una donna dal viso sempre uguale. Nel 1897 la storia d’amore con Mina Harker non è finita: per chi non è piú legato allo scorrere del tempo, nulla può mai finire. Oggi lui sta a Roma, che è una città eterna, e lei vive a Venezia, che è una città immortale. L’eternità e l’immortalità sono due cose diverse, Dracula l’ha capito e Mina no. Sarà pur vero che l’odio è anche amore, ma dove l’amore cerca passione l’odio chiede vendetta.
Giacomo Koch è il nome del conte Dracula quando questa storia comincia. Mina Harker, la donna a causa della quale stava per essere ucciso, è sfuggita alla morte, ora si chiama Mina Monroy ed è lei stessa un vampiro. Il loro gatto Zibetto può arrampicarsi anche per dieci piani e porta alle zampe anteriori due vistosi anelli d’oro, per l’esattezza due fedi nuziali. Questa storia, ambientata oggi tra Roma e Venezia, attraversa i secoli e affonda le sue radici alla fine dell’Ottocento, quando il conte Dracula lascia la Transilvania per trasferirsi in Occidente. È allora che ha preso il nome di Giacomo Koch e ha cominciato a interessarsi alla professione medica, ed è oggi che lavora come anatomopatologo all’ospedale Fatebenefratelli. Attraversando la grande stagione delle scienze, Giacomo ha capito molte cose. La prima è che tutto ciò che scorre è nutrimento, non solo il sangue, per quanto il sangue umano rappresenti ancora il suo cibo preferito. Ha capito che non si può vincere la nostalgia per i prodigiosi limiti dei viventi, e che grazie alla forza di gravità ogni uomo e ogni donna contengono l’universo; sa, soprattutto, che quando nei vampiri scorre il sangue essi diventano umani, e come gli umani sono vulnerabili, possono essere ammazzati. Mina, invece, non ha voluto capire altro che sé stessa, ha vissuto gli ultimi sessant’anni insieme a una donna che il Conte ha ucciso – come, in effetti, ha ucciso tutti gli amori della sua vita – e pensa, per punirlo, di dover distruggere l’unica vera grande passione di Dracula: gli esseri umani. Decide, nella Venezia dove tutto scorre, di aprire un salone di bellezza in cui il tempo non scorra piú. Dal salone di Mina chiunque entri uscirà uguale a sé stesso. Per sempre. Cosí per sempre.
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Marco Peano, Morsi, Bompiani, 2022
Tutto ha inizio con una ragazzina che gioca nella neve. Si chiama Sonia, sono le vacanze di Natale del 1996 – quelle della grande nevicata – e lei deve passarle suo malgrado a casa della nonna. Siamo a Lanzo Torinese, un paesino di mezza montagna dove ogni cosa sembra rimasta ferma a cinquant’anni prima. Compresa la casa cigolante e ingombra di mobili in cui vive nonna Ada, schiva, severa vecchia che nella zona ha fama di guaritrice (ma chissà, forse è altro), per la quale Sonia prova un affetto distante. La scuola ha chiuso prima del previsto a causa di quello che tutti chiamano “l’incidente”: la professoressa Cardone, acida insegnante di italiano, si è trincerata nella sua aula e durante una lezione – di fronte a una classe segregata e terrorizzata – ha fatto qualcosa di indicibile. Qualcosa che adesso, mentre Lanzo un po’ alla volta si svuota per via delle feste e dell’incessante vento ghiacciato, sembra riguardare tutti gli abitanti. Toccherà a Sonia, insieme al suo amico Teo, ragazzino di famiglia contadina educato alla voracità, affrontare l’incubo in cui sono precipitati. Complici per forza, Sonia e Teo si avventurano nel biancore accecante della neve col distacco curioso di chi non ha pregiudizi e forse proprio per questo può sperare nella salvezza. Ma che cos’è la salvezza? Andar via, cambiare vita? O restare e tentare di resistere?
Un romanzo lucido e terribile, divertito e tagliente, che si misura con i grandi temi – la paura, la crescita – e reinventa le regole del gioco. Una storia sulla fatica di cavarsela in un mondo a misura di adulti, quando gli adulti escono di scena e ti lasciano solo.
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Paolo Malaguti, Il Moro della cima, Einaudi Supercoralli, 2022
Da quando era poco più di un bambino, il Moro ha una sola certezza: l’unico luogo in cui si sente al riparo dal mondo è tra i boschi di larici, i prati d’alta quota, e qualche raro alpinista… Così, quando gli danno in gestione un rifugio, sembra che la sua vita assuma finalmente la forma giusta.
Ben presto in pianura si diffonde la fama di quell’uomo dai baffi scuri e la pelle bruciata dal sole, con i suoi racconti fantasiosi e le porzioni abbondanti di gallina al lardo. E in tanti salgono fin su per averlo come guida, lui che conosce come nessun altro quell’erta scoscesa di pietre bianche e taglienti.
Ma quel rifugio è sulla cima del monte Grappa, e la Grande Guerra è alle porte. Lassù tira un’aria minacciosa: intorno al rifugio il movimento è frenetico, si costruiscono strade militari e fortificazioni, arrivano in massa le vedette, i generali, i soldati.
E il Moro, che in montagna si sentiva al sicuro, assiste alla Storia che sfila sotto ai suoi occhi: nel 1918 il Grappa è la linea del fronte, un campo di battaglia che non tarderà a trasformarsi in un cimitero a cielo aperto e infine in un sacrario d’alta quota.
Ma quando i fucili non fumano più e le fanfare smettono di suonare, lui, il Moro, tornerà sulla sua cima, e davanti allo sfregio degli uomini cercherà il suo personalissimo modo di onorare la sacralità della montagna.
Paolo Malaguti ci regala un’altra grande storia da un passato che non c’è più, dando voce e corpo a un mondo perduto, e portandoci lassù a respirare un po’ di libertà.
«Soprattutto all’alba, quando la luce è più morbida e la pianura si svela più ampia, e con lo sguardo arrivi fino alla curva del mare lontano: allora ti viene liscio credere che la vita possa davvero essere tutta così, giornate di sole e pascoli verdi».
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Tiziana Plebani, Sparire, Linea Edizioni, 2020
Ti alzi al mattino e ti infili la tua vita, che ti calza a pennello come un vestito di sartoria, o capita invece che ti stia larga, o che stringa, come scarpe di un numero in meno. Quel vestito provi a indossarlo, ma ti pare di strozzarti, di metterti una camicia di forza e pensi allora sia il vestito di un altro, pensi che te l’abbiano sostituito. Ma non ne hai altri… Questo sentono i due protagonisti di questa storia: un uomo di mezza età e dal passato sconosciuto, dal nome fittizio di Pulviscolo, e una giovane modella, Giovanna, ossessionata dal suo corpo perfetto tanto da non riconoscerlo più e da desiderare di dimenticarlo. Entrambi, per motivi differenti, hanno deciso di sbarazzarsi della propria identità, proprio come si fa con un vestito sbagliato, e di vivere in strada. Nella manciata di giorni in cui si srotola la vicenda, i due protagonisti si sfioreranno lungo le strade che percorrono, avranno degli incontri decisivi per le loro scelte future, mentre la città in cui sono approdati si troverà a interrogarsi su un delitto che ha distrutto un equilibrio apparente.
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Elena Sbrojavacca, Letteratura assoluta Le opere e il pensiero di Roberto Calasso,
Feltrinelli, 2021
A partire dal 1983, Roberto Calasso sta pubblicando un’Opera in varie parti che, a oggi, consta di undici volumi e di circa cinquemila pagine. Si tratta di un’impresa senza precedenti per la fermezza del pensiero centrale e per la varietà degli argomenti e delle epoche coinvolte. Elena Sbrojavacca traccia per la prima volta una mappa di questa Opera piena di rimandi interni sconcertanti, che vengono qui precisati con estrema chiarezza. Operazione necessaria per accompagnare il lettore attraverso un labirinto di testi, al contempo narrativi e analitici, che comprende l’India dei Veda come la Parigi degli Impressionisti. Si presenta così un’indagine dello spazio che l’Opera di Calasso e il suo pensiero occupano nell’arazzo dei libri del nostro tempo. Se si vuole un’espressione che tenga insieme l’intera compagine, sarà quella di “letteratura assoluta”.
Il primo grande studio su Calasso, un’indagine critica, storica e letteraria dello spazio che la sua opera e il suo pensiero occupano nell’intreccio della letteratura del nostro tempo.
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Silvia Salvagnini, Roberta Durante, Possiamo ancora dirci poesie, Collana Carvifoglio, Ronzani editore, 2021
Un romanzo epistolare, sperimentale, poetico e aperto al lettore, chiamato a entrare nel gioco della scrittura, intesa come una pratica di contatto.
Una raccolta di lettere tra due giovani donne, Bubi e Silvi, che raccontano la lontananza, la malattia e la perdita della madre di una delle protagoniste, che si rivela, anch’essa, in un commovente e intenso epistolario con la figlia.
Il testo affronta il dilagare dell’epidemia, scavando nella quotidianità, cercando il salvabile del mondo e della vita. Un romanzo che affronta il dolore, trasformandolo in un’occasione di amicizia, amore e speranza.
Se descrivere il mondo contemporaneo è difficile perché è sempre nuovo, queste lettere vogliono provarci, attraverso “armi molli” che intendono creare un nuovo senso di collettività, laddove si iniziano a ergere statue all’individuo.
Una pratica, quella delle lettere, che mette insieme profondità e ingenuità proprio nel modo in cui ci si confida, con il desiderio, allo stesso tempo, di affidare questa confidenza al mondo intero.
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Alessandro Cinquegrani, Pensa il risveglio, Terrarossa Edizioni, 2021
Lorenzo è scomparso quando le riprese del suo film sono quasi terminate; il narratore ne segue le tracce e, mano a mano che passa il tempo, si impossessa della sua vita. Lorenzo potrebbe essere morto, ma la sua presenza si insinua nella coscienza degli altri personaggi, con la sua ombra sinistra. Nel frattempo c’è qualcosa che non funziona, continuano ad aprirsi delle crepe nella realtà di questo mondo, a riproporsi frammenti di vita e visioni, a ritornare i nomi di Albert Speer, architetto del Terzo Reich e confidente di Hitler, e di Josef Mengele, il medico assassino di Auschwitz. Quando il narratore scoprirà della gravidanza della compagna di Lorenzo, Cate, la storia prenderà un’accelerazione che lo porterà a compiere scelte di cui non sembrava capace. Un romanzo intenso e politico che ci interroga continuamente sulla responsabilità di essere al mondo.
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Simon Levis Sullam, I fantasmi del fascismo. Le metamorfosi degli intellettuali italiani nel dopoguerra, Feltrinelli, 2021
Questa storia ha quattro protagonisti: lo storico Federico Chabod, il giurista Piero Calamandrei, il critico letterario Luigi Russo e il romanziere Alberto Moravia. Quattro grandi intellettuali che, noti antifascisti nel dopoguerra, spesso durante il fascismo avevano mantenuto un atteggiamento di cautela e inazione politica, cedendo talora alla collaborazione con il regime, le sue istituzioni culturali, scientifiche e di governo, o affermandosi nel mondo letterario fascista. Nel dopoguerra ciascuno di loro ridefinì il proprio percorso durante il Ventennio, rappresentandolo, almeno in pubblico, come coerentemente antifascista. Se l’intellettuale viene solitamente immaginato come un anticonformista e un critico del potere, in realtà tende di frequente a adeguarsi alla maggioranza e a esprimerne gli orientamenti. Contano i condizionamenti politici e istituzionali, particolarmente in una dittatura; conta l’esigenza di affermarsi sul piano culturale, scientifico o artistico; conta, in ogni tempo, anche l’attitudine dell’intellettuale a dar voce e interpretare i sentimenti dei più e, in alcuni casi, a cedere al potere. Se nel dopoguerra tutte e quattro le figure le cui storie si raccontano qui iniziarono a fare i conti con il proprio passato, la prevalente – se non esclusiva – autoassoluzione e la costruzione di memorie sostitutive da parte degli intellettuali rispetto all’implicazione con il regime hanno contribuito a scagionare la società italiana rispetto alle sue complessive responsabilità e ai suoi atteggiamenti conformistici nel fascismo. Gli intellettuali sono per definizione anticonformisti? Un’indagine sulle trasformazioni, le azioni e le inazioni di quattro grandi protagonisti della cultura italiana tra fascismo e dopoguerra e su come fecero i conti con il passato del Ventennio: Federico Chabod, Piero Calamandrei, Luigi Russo e Alberto Moravia.
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Valeria Palumbo, Non per me sola. Storia delle italiane attraverso i romanzi,
Editori Laterza, 2020
Le opere delle nostre scrittrici – da Ada Negri a Elsa Morante, da Grazia Deledda a Luce d’Eramo, da Matilde Serao a Sibilla Aleramo e Anna Maria Ortese – offrono il racconto di un’epopea sotterranea: quella della battaglia durata più di un secolo per garantire alle donne italiane piena cittadinanza.
Dai racconti e dai romanzi di tanta letteratura femminile, troppo spesso esclusa dal ‘canone’ e quasi dimenticata, emerge un quadro ricco e sorprendente della condizione delle donne in Italia dall’Ottocento a oggi. Le italiane, come ce le hanno raccontate i manuali di storia e gli scrittori, aderiscono quasi perfettamente agli stereotipi della cultura patriarcale dominante. Sono madri affidabili e mogli fedeli; sono pazienti e rassegnate ai tradimenti; sono forse capricciose e certo poco inclini allo studio e al lavoro; sono caste (salvo poche eccezioni rappresentate da pericolose tentatrici); mettono al centro di tutto la maternità, fino al supremo sacrificio; inseguono sogni d’amore. Ma già dall’Ottocento i romanzi e i racconti delle nostre scrittrici hanno raccontato una storia diversa: ci dicono di matrimoni di convenienza e di gravidanze non volute, di amori mai liberi e di un sesso vincolato a una morale oppressiva. Soprattutto, offrono straordinari affreschi dei tentativi disperati di conquistarsi spazi di libertà, di studiare e lavorare, di non cedere alla violenza psicologica e fisica della società tradizionale. Ieri come oggi moltissime donne non hanno accettato di essere costrette al silenzio. Questo libro restituisce finalmente la voce a molte di loro.
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