
Donatella Di Pietrantonio, L’Arminuta, Einaudi, 2017 _ Vincitore Premio Campiello 2017
Ci sono romanzi che toccano corde così profonde, originarie, che sembrano chiamarci per nome. È quello che accade con L’Arminuta fin dalla prima pagina, quando la protagonista, con una valigia in mano e una sacca di scarpe nell’altra, suona a una porta sconosciuta. Ad aprirle, sua sorella Adriana, gli occhi stropicciati, le trecce sfatte: non si sono mai viste prima. Inizia così questa storia dirompente e ammaliatrice: con una ragazzina che da un giorno all’altro perde tutto – una casa confortevole, le amiche più care, l’affetto incondizionato dei genitori. O meglio, di quelli che credeva i suoi genitori. Per “l’Arminuta” (“la Ritornata”), come la chiamano i compagni, comincia una nuova e diversissima vita. La casa è piccola, buia, ci sono fratelli dappertutto e poco cibo sul tavolo. Ma c’è Adriana, che condivide il letto con lei. E c’è Vincenzo, che la guarda come fosse già una donna. E in quello sguardo irrequieto, smaliziato, lei può forse perdersi per cominciare a ritrovarsi. Donatella Di Pietrantonio affronta il tema della maternità, della responsabilità e della cura, da una prospettiva originale e con una rara intensità espressiva. La sua scrittura ha un timbro unico, una grana spigolosa ma piena di luce, capace di governare una storia incandescente in cui l’accettazione di un doppio abbandono è possibile solo tornando alla fonte, al corpo, a se stessi. E’ inoltre capace di trasportarci lì, in quell’Abruzzo poco conosciuto, una terra ruvida e aspra che improvvisamente si accende col riflesso del mare.
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Chiara Pini, Un nido di candide piume, L’erudita, 2018
Brusuglio, luglio 1821. L’armonia della famiglia Manzoni in villeggiatura in campagna viene spezzata bruscamente: Napoleone è morto. Lo sgomento di Alessandro è tangibile, ma Henriette, moglie attenta, cerca di risollevarlo, scoprendo via via i segreti di famiglia: davanti ai suoi occhi si rivelano le vicende di affetti disordinati e antiche relazioni spezzate dall’incomprensione e dall’assenza di valori condivisi. È in questo caos che la giovane assiste silenziosa alla genesi del Cinque Maggio: grazie alla sua sensibilità, riesce a trasformare la disperazione del marito in febbrile spinta creativa, lasciando che, attraverso l’inchiostro, egli renda immortale colui che «cadde, risorse e giacque».
Una narrazione sospesa fra il romanzo e il saggio, in cui l’autrice si divide tra immaginazione, realtà storica e critica letteraria. Con uno stile limpido e attento ai particolari, queste pagine restituiscono la giusta luce a una figura storica troppo spesso evanescente, ingiustamente posta nell’ombra dell’autore de I promessi sposi. Henriette torna così a essere donna portatrice di una storia di eterno femminino, sullo sfondo di quelli che sono alcuni dei versi più celebri della letteratura italiana.
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Annalisa Bruni, Stefano Pittarello, Langenwang, ovvero, Il disastro della puntualità,
Cleup, 2015
Raccontare una storia e contemporaneamente la Storia, quella con la esse maiuscola, attraverso un evento che ha toccato non soltanto i diretti protagonisti ma anche una comunità, anzi, la collettività tutta. Una storia fatta di tante piccole storie che si sono incontrate e intrecciate per saldarsi in modo inatteso, per sempre. Una storia di per sé forse poco interessante, che è diventata, suo malgrado, di risonanza internazionale. Gli ingredienti narrativi ci sono tutti: un viaggio, una storia d’amore (anzi due storie d’amore), un epilogo che romperà molti equilibri. E poi, o forse meglio – prima, c’è il destino, che tocca molte vite, ne spezza alcune, cambia direzione ad altre. E ci sarà, alla fine, il tentativo di ricreare, nonostante tutto, un nuovo equilibrio.
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Alessandro Cinquegrani, Il sacrificio di Bess, Mimesis, 2018
Cinque immagini su nazismo e contemporaneità.
Bess è la protagonista delle Onde del destino di Lars von Trier. È irrazionale, illogica, sentimentale, folle. Si batte contro il pensiero, la logica, della comunità che la ospita. Si batte e soccombe. Eppure la sua battaglia pare l’allegoria di una condizione esistenziale in cui la lotta contro quella che Jung chiamava la funzione pensiero, diviene un esorcismo contro il male. Lo stesso male che trionfava durante il nazismo e forse anche nella società contemporanea: in un tempo in cui il simbolico è dominato da simulacri vuoti, il mito è il rovescio del razionale, la libertà è un’etichetta a buon mercato.
Da Primo Levi a Maurizio Cattelan, da Jonathan Littell a Quentin Tarantino, da Philip Roth a Lars von Trier, questo libro è l’appassionante storia di una lunga battaglia di uomini e donne per rivendicare il ruolo del sentimento, dell’anima, del femminile contro il dominio esclusivo del pensiero. Immagini apparentemente innocue bruciano di significati imprevisti e si impongono al lettore come un monito, un invito a riprendere in mano il mondo, a svolgere il proprio percorso di individuazione affiancando al pensiero le altre funzioni della psiche. Un invito a riscrivere il nostro futuro.
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Matteo Righetto, L’anima della frontiera, Mondadori, 2017
Nevada. Sembra il nome di un deserto, e invece è il luogo in cui vive la famiglia De Boer, in alta val Brenta. Una terra circondata da boschi aspri, dove le case si inerpicano su pendii vertiginosi. Sono gli ultimi anni dell’Ottocento e i De Boer, che lavorano nei campi di tabacco, il pregiatissimo Nostrano del Brenta, vivono consapevoli che solo nella muta e rispettosa alleanza tra uomini e natura selvaggia esiste una possibilità di sopravvivenza. Augusto è il capofamiglia, un uomo taciturno, lavoratore instancabile, capace di ascoltare la voce dei boschi e il fischio del vento. Jole, la figlia maggiore, ha la stessa natura selvatica del padre e una sfrenata passione per i cavalli. I proventi del tabacco però non sono sufficienti a far campare la famiglia con dignità. Ecco perché Augusto un giorno decide di tentare il viaggio oltre la frontiera austriaca per contrabbandare l’eccedenza del raccolto. Un cammino impervio attraverso sentieri e passaggi impraticabili, minacciato dalle bestie feroci, dagli agguati dei briganti e dalla sorveglianza dei finanzieri. Jole ha quindici anni quando suo padre stabilisce che è giunto il momento di portarla con sé: qualcun altro deve conoscere la strada. Non passerà molto tempo prima che la ragazza si trovi a dover compiere il viaggio da sola. Inoltrandosi con solenne lentezza in una natura maestosa, rifugio accogliente e poi, d’un tratto, trappola insidiosa, Jole cerca di portare al sicuro il suo prezioso carico e di capire cosa sia successo al padre, che tre anni prima non ha più fatto ritorno proprio da una spedizione in Austria.
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Giovanni Montanaro, Guardami negli occhi, Feltrinelli, 2017
Nessuno ci fa caso. È un anello piccolo, d’oro, con un lapislazzuli. Quasi non lo si vede, quando si guarda la Fornarina di Raffaello. Eppure quell’anello seminascosto, nella parte bassa del dipinto, racchiude una storia che da secoli affascina e incuriosisce. Nessuno ne ha mai davvero svelato il segreto.
Margherita detta Ghita, la figlia del fornaio, la ragazzina appena adolescente che sta a Trastevere, gli occhi scuri, le mani piene di farina, e Raffaello, giovane anche lui, il pittore più grande, prediletto dai papi, pieno di grazia e di talento. Una storia d’amore irripetibile, una delle più grandi di tutti i tempi, che sboccia tra povertà e ricchezza, tra la frenesia degli umili e il potere dei papi e dei cardinali, che deve passare attraverso il fidanzamento quasi obbligato di Raffaello con Maria Dovizi, che cresce e continua a fiorire a dispetto di calunnie e avidità.
Sullo sfondo, la bottega di Raffaello e di Giulio Romano. La voce di Ghita, da dietro le grate del convento di Sant’Apollonia, racconta di quella Roma disabitata che all’inizio del Cinquecento comincia la gloria del suo Rinascimento, e di tutte le fatiche, le lotte e le violenze, di quel loro amore che nessuno vuole, a cui nessuno crede, che viene negato, scacciato, irriso, ma che in fondo è l’unica cosa che resta. Grazie a quel dipinto di formidabile sensualità. Che è l’ultima cosa che Raffaello ha fatto su questa terra, l’unica che ha fatto per lei soltanto, quando le ha detto, per l’ultima volta: “Guardami negli occhi”.
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